40. Non giudicare l’albero dai suoi frutti né l’uomo dalle sue opere; essi possono essere peggiori o migliori di quelli.
=J.L.Borges da – “Frammenti di un vangelo apocrifo”=
Quanto è netto il contrasto fra questo “apocrifo” e la dottrina espressa in Matteo 7,19: “Dai loro frutti, quindi, li riconoscerete”. Non voglio lanciarmi in un discorso teologico o di esegesi biblica, so bene che il passo tratto da “La cifra” non ha in effetti proprio per nulla la pretesa di essere ciò che si dichiara: un vangelo, appunto, per quanto apocrifo. Ma è solo un possibile spunto di riflessione, così come un gioco di specchi mostra per un attimo il contrario di ciò che si conosce, e sta a noi decidere, per intuizione o ragionamento, cosa sia vero e cosa sia falso, oppure come queste categorie spesso si possano e ci possano confondere.
In effetti a questo gioco di specchi non voglio partecipare, lasciandolo eventualmente al lettore, e forse così inducendolo a ricercare e rileggere il passo che ho citato, l’intera raccolta di “Frammenti” e perchè no, l’intero libro. Voglio invece assumerlo, questa sera, come assioma e da questo dedurre un semplice corollario. Il quale se bene lo considerate – ed è forse questo il pensiero che mi ha portato a scrivere questa lunga premessa, perchè non cadesse dal nulla ma avesse una parvenza di motivazione – è semplice e lineare. Ed è la veridicità della frase “ti amo per quello che sei, non per quello che fai“. Questo perchè le azioni di ognuno di noi possono essere frutto di una causa accidente, o del fato, o di un errore, o di una malevolenza, o di un timore. Subordinare un sentimento ad uno qualsiasi di questi accadimenti, non è forse dare più peso alle circostanze che all’oggetto amato? E’ utopia estrarre una persona dal contesto delle sue azioni, che possono essere meravigliose o infime? Forse lo è, ne converrò. Ma domani. Non questa sera, dove la veridicità del frammento, e da essa ciò che ne consegue, mi appare incontrovertibile.