Questi inglesi non sono una razza filosofica: Bacone rappresenta un attentato allo spirito filosofico in generale, Hobbes, Hume e Locke un’umiliazione e una svalutazione del concetto di “filosofo” per più di un secolo. Contro Hume si elevò e sollevò Kant; fu Locke quello di cui Schelling potè dire: “Je méprise Locke“; nella lotta contro l’anglo-meccanicistico imbalordimento del mondo Hegel e Schopenhauer erano unanimi (con Goethe), quei due ostili geni-fratelli della filosofia che tendevano verso i poli opposti dello spirito tedesco facendosi a quella stregua torto, come sanno appunto fare solo i fratelli.
=F.Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, 252=
Rileggevo questa mattina questa singolare invettiva contro i pensatori inglesi, la quale può apparire ingiusta e forse parzialmente incomprensibile, ma è esplicativa dell’impossibilità di conciliare due visioni antitetiche del mondo.
Il popolo inglese è aristotelico, lo è fino al midollo, non so se per un accidente del caso o per motivi storici che mi sfuggono, quello tedesco è sottilmente platonico. Questi ultimi sanno che le classi, gli ordini e i generi sono reali, i primi convengono che di fatto siano solo delle generalizzazioni. Per questi il linguaggio non è che un approssimativo gioco di simboli, per gli altri una possibile mappa dell’universo. E se i secondi sentono intimamente che l’universo è in qualche modo un cosmo, retto da un ordine segreto o palese che sia, i primi intuiscono che questo possa essere solo frutto del caso, di un errore o di una nostra visione parziale.
Ho usato i termini aristotelico e platonico e forse qualche purista potrà storcere il naso di fronte a questa palese semplificazione. Eppure proprio questo mio uso di tali termini può essere esaustivo del concetto: io vedo questa classificazione come reale, mentre altri possono concepirla come una semplice estensione e arbitrario raggruppamento di un gruppo di individui, ognuno dei quali è però più importante (e più reale) del gruppo stesso.
Pure penso che sia questa capacità innata inglese di pensare per immagini, e non per concetti astratti, che renda possibili gemme come questa:
Momentany as a sound,
Swift as a shadow, short as any dream,
Brief as the lightning in the collied night,
That, in a spleen, unfolds both heaven and earth.
=”Sogno d’una notte di mezza estate”, Act 1, sc. 1=
Pur nella sua grandezza, il genio (e il folle) di Sils-Maria forse non avrebbe mai colto il lampo, nella notte scura come il carbone, come ciò che svela a un tempo cielo e inferno. O forse sì, ma non ce l’avrebbe resa in questi termini, come una immagine pura, lasciando a noi la possibilità e il compito di scioglierne i segreti e di vestirla non di una classe e un genere, ma dei nostri smisurati individualismi e di percepirla come una metafora di ciò che d’improvviso ci colpisce e ci annienta.
