Pensare è fastidioso, distrae dalle cose fattive. Pensare porta con se scrupoli, che sono sassolini – lo sappiamo – che intralciano il cammino. pensare è costruire una marea di “e se” e “ma“. Chi non si pone questi problemi, chi non ha avuto (o ne ha avuto pochi) i codesti sassolini e di queste domande fastidiose, indiscutibilmente ha un migliore tenore di vita.
Dovrei essere più incisivo, non fare troppe domande, non chiedere permessi ma proporre soluzioni. Eppure ho l’impressione, o peggio la consapevolezza che queste petizioni di principio valgano come consigli per altri ma non per me stesso, che non so farmene nulla se non enunciarli a gran voce su queste pagine.
Mi considero, e forse lo sono, limitato nelle mie scelte nelle mie proposte, non ho l’inventiva necessaria per “piacere alla gente che piace” come recitava una odiosa pubblicità. E pur sapendolo perfettamente non so come uscirne se non fingendo. Oh si, fingendo e sforzandomi ad essere, per un breve lasso di tempo diverso da quello che sono: limitato, scontato, prevedibile. Eppure, eppure, quando penso o immagino o creo qualcosa per il tempo futuro, forse non così banale riesco ad essere, ma lo so, sono istanti. E poi quanti di quello che penso e progetto sopravvive alla prova della realtà. Spesso poco, ancor più frequentemente nulla.
A tratti riesco a strappare un sorriso. A tratti, per quanto mi impegni è poco, troppo poco. E’ vero, che importa conoscere le lingue degli angeli?
Il poeta dichiara la sua fama
La volta del cielo misura la mia gloria,
le biblioteche dell’Oriente si disputano i miei versi,
gli emiri mi cercano per riempirmi d’oro la bocca,
gli angeli conoscono a memoria il mio ultimo zejel.
I miei strumenti di lavoro sono angoscia e umiliazione;
magari fossi nato morto.
Dal Divano di Abulcasim el Hadramì (XII secolo).
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