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Cose che vorrei

Vorrei regalarti qualcosa di inatteso,
vorrei dirti qualcosa di nuovo.
Qualcosa che ti facesse sorridere,
qualcosa di tenero che non ti ho mai detto.
Vorrei essere per te lo stesso stupore dei tuoi occhi,
quando mi domando come possano, ogni giorno, essere sempre più belli.

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Solitudine

Non sono solo.
Lo affermo, lo grido:
non lo sono.
Eppure misuro la distanza
tra lei e me,
anche quando sembra vicina.
La solitudine non è rimorso,
è dolore.
= Nasrin Mohebbian =

Questa poesia non ha un titolo. Però era accompagnata dall’immagine che riporterò in calce.
Mi chiedo se le barriere che percepiamo, invisibili ma reali, si possano mai infrangere, e se la solitudine che è dolore possa mai sciogliersi e lenirsi. Non ho risposta, realmente. E quindi mi aggrappo ad un’alta voce che viene dalla stessa Persia, e che è separata dalla prima da secoli, e dalla distanza che intercorre tra Teheran e Nishapur.

Io credo che il boccale che ha parlato ed or’è muto
di nuovo abbia altra volta e vissuto e bevuto
Il labbro che ho baciato, oggi impassibile
ahi quanti baci un tempo ha dato e ricevuto?
=Omar Khayyam – Rubaiyat, quartina XXXVI=

A chi mi domandasse cosa e come i due versi siano legati, chiederò di fissarsi su quel labbro “oggi impassibile“. Di tutte le solitudini, quella dell’eremita è la più spirituale, quella di chi percepisce una distanza tra due persone anche vicine, chi vede immoto e freddo il labbro che ricordava caldo e appassionato è la peggiore e la più straziante.

E cosa rimane, allora, se non contare i baci ricevuti un tempo, contarli, come se quella successione di numeri li facesse rivivere, o affidarsi a un boccale che si riempie del rosso delle labbra e che si vuota d’improvviso, tanto muto come quelle labbra da cui ci si attende solo una parola gentile?

Sereno

Dopo tanta
nebbia
a una
si svelano
le stelle
= G. Ungaretti – frammento da “Sereno” =

Tre giorni di pioggia, intervallati da pochi sprazzi di sole accecante che si faceva largo tra le nuvole solo per essere subito ricacciato dal nero del cielo. Questa sera, non vi è nessuna stella che si svela, che ancora le nuvole cercano di nasconderle.
Non voglio parlare del tempo meteorologico. Non so neanche di cosa io voglia parlare. Forse di nulla e la poesia è solo una scusa per passare il tempo. Ma una scusa che deve essere onorata, in qualche modo.

L’immagine descritta da Ungaretti è semplice ed essenziale. Talmente limpida (no pun intended, direbbero gli anglofoni) da risultare realmente universale. Ma noi che siamo abituati a ricercare e scoprire metafore e correlazioni, non potremo non pensare al lento dischiudersi di un manto di stelle come ad un segno delle luminose sorti e progressive che si rivelano nel futuro, forse lontano ma apparentemente innegabile.

Eppure se solo così fosse, questo verso e forse l’intera poesia sarebbe inutile. Qualcosa è già stato scritto, come apologo o parodia di tutto ciò : “Now is the winter of our discontend made glorious summer..“. Perchè invece la poesia di Ungaretti ha un valore unico? Forse perchè le stelle che vede non sono quelle del futuro, ma sono le gemme che si scoprono dopo un periodo di cecità volontaria. Sono tutte le cose belle che si sognano quando il cielo è coperto e non vi alcuna luce, ed allora si inizia a sognare un cielo immaginato, ricolmo di stelle, la cui luce è ben più forse di qualsiasi sole inesistente e lontano. E’ notte, nel buio una stella, una sola, è più preziosa dei nove cieli concentrici. Vederne una e poi un altra e poi un’altra ancora, ricevere quella luce, quando non ve n’era alcuna è qualcosa di bello, di unico.

Altre volte ho augurato “mille stelle luminose“, vorrei che queste, quelle di questa sera, si rivelassero una ad una, dando l’impressione di poterle contare, prima di scoprire che il loro numero va oltre le capacità del nostro linguaggio.

Una dolce notte.

Dovrei pensare di meno

Pensare è fastidioso, distrae dalle cose fattive. Pensare porta con se scrupoli, che sono sassolini – lo sappiamo – che intralciano il cammino. pensare è costruire una marea di “e se” e “ma“. Chi non si pone questi problemi, chi non ha avuto (o ne ha avuto pochi) i codesti sassolini e di queste domande fastidiose, indiscutibilmente ha un migliore tenore di vita.

Dovrei essere più incisivo, non fare troppe domande, non chiedere permessi ma proporre soluzioni. Eppure ho l’impressione, o peggio la consapevolezza che queste petizioni di principio valgano come consigli per altri ma non per me stesso, che non so farmene nulla se non enunciarli a gran voce su queste pagine.

Mi considero, e forse lo sono, limitato nelle mie scelte nelle mie proposte, non ho l’inventiva necessaria per “piacere alla gente che piace” come recitava una odiosa pubblicità. E pur sapendolo perfettamente non so come uscirne se non fingendo. Oh si, fingendo e sforzandomi ad essere, per un breve lasso di tempo diverso da quello che sono: limitato, scontato, prevedibile. Eppure, eppure, quando penso o immagino o creo qualcosa per il tempo futuro, forse non così banale riesco ad essere, ma lo so, sono istanti. E poi quanti di quello che penso e progetto sopravvive alla prova della realtà. Spesso poco, ancor più frequentemente nulla.

A tratti riesco a strappare un sorriso. A tratti, per quanto mi impegni è poco, troppo poco. E’ vero, che importa conoscere le lingue degli angeli?

Il poeta dichiara la sua fama
La volta del cielo misura la mia gloria,
le biblioteche dell’Oriente si disputano i miei versi,
gli emiri mi cercano per riempirmi d’oro la bocca,
gli angeli conoscono a memoria il mio ultimo zejel.
I miei strumenti di lavoro sono angoscia e umiliazione;
magari fossi nato morto.
Dal Divano di Abulcasim el Hadramì (XII secolo).

Di tanti anni
cosa, da ricordare?
Mille sorrisi.

Può costui fare cose meravigliose a 20 anni come a sessanta? Una vita vissuta a pieno come pochi.

Nero e rosso.
Non solo un abito:
la nostra vita.

Mille momenti,
se sono luminosi
è tua la luce.

Trittico del cuore

Mai è distante
ciò che senti vicino
nei tuoi silenzi.

Confini

همیشه فاصله ایست
بین
من و تو
و آن
مرز باریک
کالبدی است
که روح
عمریست
به دوش میکشد

Ho riportato l’originale in farsi perchè come Monti (Vittorio, non certo Mario) mi comporto da “traduttor dei traduttor d’Omero” e non voglio assumere meriti che non mi competono. E poi, è un fatto risaputo: traduttore/traditore.
Confido in un tradimento minore, che lettori ed autore, insieme perdoneranno.

Vi è una distanza, tra noi.
Ma è solo il confine sottile
che dai nostri corpi ci è  imposto.
Il quotidiano fardello
che le nostre due anime
sanno di poter sostenere.

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